Cosa narrano i cieli di Galileo?

“Una sera sul finir di luglio del 1609, dalla Torre dei Due Mori nella laguna di Venezia, Galileo Galilei puntò al cielo un nuovo cannocchiale”. 

Nell’anno mondiale dell’astronomia, in occasione della ricorrenza dei quattrocento anni dall’invenzione del cannocchiale, Il Centro Culturale di Milano ha organizzato un incontro sulle scoperte sperimentali dello scienziato dal titolo:
 “ Cosa narrano i cieli di Galileo?”

La domanda si fa incalzante se pensiamo, così come ci ha suggerito William Shea, Professore della Cattedra Galileiana di Storia della Scienza all’Università di Padova, che il cielo che attirava l’attenzione di Galileo è lo stesso che interroga noi oggi e il desiderio che ci spinge a sviluppare tecnologie per scoprire cosa esista oltre a quello che si mostra ai nostri occhi è lo stesso desiderio che ha spinto Galileo a costruirsi artigianalmente il suo cannocchiale. 
Così Galileo, accompagnato dalla pazienza e dalla precisione delle sue misurazioni, iniziò le sue osservazioni che lo portarono a scoperte incredibili per quell’epoca ma, sebbene da quel momento in poi, per quattrocento anni, gli scienziati non abbiano passato giorno senza puntare il cannocchiale al cielo, è stato sconvolgente sapere che ad oggi conosciamo solo l’uno per cento dell’universo. 

Dall’osservazione emerge però evidentemente la posizione privilegiata che ricopre la Terra; di fronte a questa costatazione non può che sorgere la domanda che già gli antichi si ponevano, come dimostrano le commoventi parole del Salmo VIII: 

“Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle 
che tu hai fissate, che cosa è l'uomo perché te ne ricordi 
e il figlio dell'uomo perché te ne curi?”. 

La portata di tale interrogativo ci smuove nel profondo e ci spinge a riconoscere nella scienza non solo un metodo per misurare il reale bensì una via per cercare la risposta a questa domanda. 

Simone Brusa.

 

  • Pubblicata: 21 marzo 2009 in Scientifico
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