Sono un soldato acheo
Erano ormai nove lunghi anni quelli trascorsi sotto le possenti mura troiane. Io stanziavo nella mia tenda sporca e trascurata col passare del tempo. Quei giorni di guerra erano sì infelici, ma non avevo l’intenzione di lasciarmi andare, arrendermi. Ancora ci credevo, quasi; inoltre varie profezie prevedevano il trionfo acheo su Troia. Restavo lì, pensoso sull’umida e spoglia erba. A smuovermi fu il distante suono delle trombe che convocavano i soldati in assemblea. Levai il capo dal terreno e stanco scambiai le vesti fradice che indossavo per una tunica che conservavo per certi eventi di tale importanza. Afferrai i sandali e li strinsi ai piedi. Dunque sbucai fuori dalla minuta tenda e mi immischiai nella folla fremente, che come una mandria di bufali grassi, si dirigeva a parlamento. Giunto all’ “illustre scuola d’eroi” presi posto presso la prima fila in attesa del gran duce.
L’Acheo frastornava. A zittirlo furono ben nove araldi che annunciarono l’ingresso del condottiero Atride. La gente smise di provocare quell’assordante rumore e sedutasi, provocò le “lamentele” del suolo sottostante. Così Agamennone dal bello e candido manto, apparve assieme ai capi Achei. Proclamò con commoventi termini la proposta di tornare alla diletta patria, ritrovare la propria famiglia. Ciò causò una grande nostalgia nel mio cuore e in quello degli achei, ci colpì proprio nella parte più delicata. D’altronde, pensai, un’occasione del genere non era mai capitata in questi anni; le parole pronunciate dal duce mi fecero cancellare il forte desiderio di rimanere a Troia e lottare per il popolo acheo. Nel frattempo, la gente si levava dal suolo e correva precipitosa verso le imbarcazioni achee. Mi feci prendere dall’entusiasmo e mi diressi lentamente presso le navi. I guerrieri, i capi, gli scudieri, ognuno era scomparso dal parlamento.
Man mano che mi avvicinavo rallentavo il passo; iniziavo a rendermi conto del grande errore che stavo commettendo, dimostrando di comportarmi come un vile. D’un tratto, qualcuno mi colpì fortemente alle spalle; caddi a terra. Voltai il capo verso il cielo e scorsi confuso il volto del valoroso capo Ulisse, probabilmente unica persona avversa all’idea di abbandonare Troia. Pronunciando tali parole mi fece riacquistare coraggio:- Ascolta, pusillanime, vuoi tu lasciare Troia? Comprendi, codardo. Cosa significa che qui ognuno comandi per sé? Non può essere! Uno solo è il condottiero, uno solo può governare l’Acheo: il duce Agamennone; è a lui che spettano le scelte. Capisco, per nessuno è facile agguantare Troia.- Dunque scappò via, verso la folla degli Achivi.
Prima di tornare a parlamento però, voltai la testa, osservando le navi che stavano per essere immerse in mare dalla gente, con nostalgia; ma presi coraggio e tornai in assemblea. La folla achea poco a poco iniziava a riempire i posti a parlamento. Una volta radunati si alzò una cosa fra il popolo: non si capiva (a prima vista) se fosse un uomo o un raro animale; era gobbo e storpio. La testa era appuntita e totalmente priva di capelli. Così prese a gridare, articolando aspre parole contro i duci:- Allora, Atride, di cosa ti privi? Hai padiglioni pieni d’oro e di belle donzelle, cos’altro vuoi? Vuoi che ti si prostri ai tuoi piedi un troiano e te li baci? No, io non rimango qui a Troia, rimani tu, a smaltire la tua ricchezza come un vile. Se l’Acheo ha la volontà di volgere le prore a casa, lascialo andare, poiché è la “tua” gente che lotta, non tu, Agamennone, che hai offeso Achille, il più forte dei guerrieri achei. Ma se anch’egli non fosse così debole, non si priverebbe della sua bella schiava.- A queste parole rimasi perplesso e disgustato. Quell’uomo era proprio una vergogna per essere Acheo.
A quel punto intervenne Ulisse, minacciandolo e rimproverandolo, gli assicurò, inoltre, che se l’avesse sorpreso a pronunciare tali parole, l’avrebbe menato nudo davanti al popolo. Poi si avvicinò a Tersite, lo picchiò violentemente collo scettro, venendo così umiliato dalla gente. Tutti ridevano. A me non faceva tanto ridere, ma pensai che se lo meritava.
Tema in classe di Paolo Crippa