Una serata tra Jam e Giotto
Poche settimane fa ho partecipato alla gita d’istruzione di terza media a Firenze con tutte le tre sezioni. Tra tutte le attività proposte sono stato personalmente preso da una serata, quella del secondo giorno, che ha visto protagonisti i veri scopi della gita d’istruzione: fare scuola in un modo differente, andando a visitare e a “toccare con mano” gli argomenti di studio e, perché no, avere anche l’occasione di divertirsi in un modo inusuale.
Dopo la stupefacente visita al David di Michelangelo, ormai stanchi della giornata, ci siamo diretti verso il ristorante vicino al centro storico fiorentino dove abbiamo cenato distendendoci in conversazioni e riflessioni di ogni genere.
Ero seduto in fondo al ristorante con alcuni miei compagni di classe e, tra una portata e l’ altra, parlavamo della giornata appena conclusa, pensando alla serata che di lì a poco avremmo trascorso.
Riccardo, il mio vicino di tavolo, parlava dell’incontro che avremmo seguito dopo cena in modo svogliato e disinteressato, senza la benché minima voglia di affrontare una professoressa molto probabilmente tarchiata e con la voce gracchiante (quadro classico del professore tipo, a suo parere), che avrebbe tenuto una lezione sulle formelle di Giotto a Firenze. Si riferiva alla professoressa Carlotti.
Io lo ascoltavo poco, perché ero troppo preoccupato e teso al vero fulcro di quella serata a mio parere, ovvero la prima esibizione del mio gruppo musicale: i Jambreak (significa “Pausa marmellata”, ma non ditelo in giro).
Mentre ero assorto nei miei pensieri, mi venne a chiamare la professoressa Lapini, vera incitatrice di una nostra esecuzione pubblica, per dirmi che era l’ora: dovevo andare, e con me si alzava Tommaso il cantante del gruppo, che per l’occasione si era messo una vistosa cravatta gialla e rossa, che abbinata alla sua polo verde gli faceva acquisire un aspetto sicuro e indubbiamente di classe. In verità era molto nervoso e agitato: avevamo avuto poco tempo per provare, e ci eravamo cimentati nell’esecuzione di pezzi impegnativi.
A contribuire al nostro stato di emozione e quasi semiconfusionale misto a batticuore, c’erano le parole della prof. che ci raccomandava di suonare bene, per evitare di coprirci di ridicolo. Io e Martino, il batterista, per questo ripassavamo gli attacchi del pezzo principale della serata con Tommaso che intanto, inavvertitamente, sudava sempre di più.
Finalmente, dopo un lungo tragitto a piedi per le strade illuminate di Firenze, arrivammo al luogo del nostro concerto: una chiesa molto fredda che poco si addiceva alle bizzarrie che avevamo pensato per incattivirci il pubblico e, detto tra noi, pavoneggiarci.
Attaccammo ogni strumento alla presa audio e a quella elettrica, posizionando davanti all’altare i due piccoli amplificatori di bassa lega che avevamo portato.
Subito ci accorgemmo che c’era già un microfono pronto, quello che avrebbe dovuto usare la professoressa Carlotti, e che era collegato all’amplificazione della chiesa: Tommaso ne fu abbastanza contento, anche se la consapevolezza di farsi sentire con il volume più alto di tutti non lo rassicurava affatto.
Quando entrarono tutti i compagni di classe, l’imbarazzo generale si fece palese e mi sentivo tutti gli occhi contro; mi voltai verso Tommaso che non stava più nella pelle, lo rassicurai dicendogli che se si fosse calmato avrebbe fatto una prova migliore. Cominciò a schiarirsi la voce per prepararsi.
Tutti erano tesi, così cercai di calmarli con qualche buona parola, chiedendo se si era pronti o se c’era qualche problema tecnico dell’ultimo minuto. Non ce n’erano, quindi iniziammo il nostro breve pezzo d’introduzione, tratto dal film “Blues Brothers”, in cui noi ripetevamo un tema strumentale e Tommy ci presentava al pubblico .
Il primo pezzo importante era Oh Freedom, uno spiritual che avevamo scelto così da far cantare tutti, e per togliere un po’ di tensione, dato che era un pezzo facile, arrangiato da noi in una versione più veloce e allegra.
Successivamente suggerii a tutti di eseguire il terzo brano prima del secondo, perché avrebbe scatenato ancor di più il pubblico, che per il momento si rivelava soddisfatto e compiaciuto.
Così la tastiera attaccò Generale di De Gregori con il riff iniziale, ma il cantante perse l’attacco, così che per aspettarlo fummo costretti a tenere la nota precedente all’ entrata per più di tre secondi. La canzone andò bene, nonostante qualche inconveniente qua e là, che pochi notarono (almeno spero).
Il terzo pezzo fu quello da noi composto quest’estate e perfezionato durante le vacanze di Natale, il cui titolo, Like a Shadow, è l’inizio del testo che è ispirato a una canzone d’amore.
Dopo l’ esecuzione dell’ultimo pezzo ero euforico e pieno di me più che mai. Riponemmo gli strumenti e ci sedemmo per ascoltare la professoressa: subito, con tono di scusa, disse che si sentiva fuori luogo a esibirsi dopo di noi, dopo che avevamo attratto il pubblico tanto che tutti gli occhi erano per noi.
Contro ogni aspettativa la lezione fu di elevato interesse per molti di noi. Anche per me, che pur facendo di tutto per seguirla, complice la stanchezza mi sono distratto più del solito. Nonostante ciò sono stato felice di portare a casa qualcosa di significativo da quella serata, oltre all’euforia per il concerto che mi tenne sveglio fino a tarda notte.
Per la cronaca, dovetti rivedermi sul giudizio che avevo assecondato sull’ aspetto fisico della professoressa Carlotti.
Luca Bertazzoni