La forza di uscire dalla pietra

Quando siamo stati a Firenze con la scuola a fine marzo abbiamo visitato il Museo dell’Accademia. Lì c’è una stanza interamente dedicata a Michelangelo dove sono conservati il David e i Prigioni. Mi hanno colpito in particolare questi ultimi, in quanto esprimono molto bene l’idea che Michelangelo aveva dell’artista: colui che libera dal marmo una figura già presente, una vita che pulsa dentro la pietra chiedendo di essere liberata, che vuole uscire e vivere.

Una delle cose che mi ha maggiormente colpito di essi sono i muscoli possenti e la forza tremenda, che però non bastano per rompere il marmo che li attornia. Il Prigione che più rappresenta questo è Atlante, il titano che per la mitologia sorregge il peso della Terra, il più forzuto di tutti i prigioni, ma che ciononostante non riesce a rompere il marmo. Sembra avere bisogno di un aiuto, ma si capisce dalla posizione in cui è messo che vuole fare tutto da solo. È appunto per questo che assomiglia di più a noi uomini, perché come noi vuole farcela da solo, pur sapendo di non essere in grado; anzi, probabilmente proprio per questo è così orgoglioso che non si vuole far aiutare. Spesso noi uomini ci comportiamo allo stesso modo.

Questa somiglianza con il carattere umano mi ha molto colpito perché fa vedere che Michelangelo aveva capito com’è fatta la persona: desidera fortemente altro da sé ma spesso, invece di chiedere aiuto e di aprirsi, si rinchiude in se stessa cercando di fare tutto in autonomia, ma senza ottenere nulla.
Questo fallimento può essere l’occasione per aprirsi, finalmente, a chiedere aiuto, oppure può essere preso a pretesto per chiudersi ancora di più.
Anche io, alle volte, mi imprigiono come i giganti nel marmo. Per questo vi invito ad andare a vedere i “non finiti” di Michelangelo, perché c’è sempre qualcosa da imparare guardando simili sculture.

Maria Teresa Vigorelli

 

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