La matematica? Un dialogo tra curiosità e voglia di risposte

«Nella cassetta degli attrezzi di un matematico non è indispensabile che ci sia anche una porzione abbondante di follia. Bizzarri e stravaganti, a volte; matti, non è necessario». Sorride Edoardo Vesentini, e scuote la testa; la matematica è di moda, da quando il cinema ha raccontato la storia di Nash, «A beautiful mind», purtroppo sconvolta dalla sua schizofrenia. O da quando Kurt Godel e la sua memoria sono spesso evocati sui giornali: pochi capiscono il suo teorema di incompletezza, molti sanno che non mangiava per paura di essere avvelenato e che finì per morire di fame. «Lo dico sempre hai miei studenti – Vesentini insegna al politecnico di Torino ed è presidente autorevole dell’Accademia dei Lincei – potete essere molto bravi e insieme persone del tutto normali. Quando alla fine della guerra siamo tornati a Milano io ero alla coda dei miei anni di liceo scientifico. Cominciavo a pensare a quel che avrei fatto all’università. Lo sbocco naturale sarebbe stata Ingegneria al politecnico, ma ero perplesso, una scelta che non mi convinceva. Ne ragionavo con gli amici: uno di loro, che poi sarebbe diventato un bravo filosofo condensava i suoi dubbi nel curioso pronostico: «se diventiamo ingegneri poi ci tocca disegnare rubinetti». Fu uno dei miei professori di allora che mi aiutò a mettere meglio a fuoco le idee. Si chiamava Giulio Bruno Bianchi, era una crociano, insegnava filosofia: da lui imparai che si poteva giocare con soddisfazione la propria giornata discutendo di un problema. Non lo imparai dal professore di matematica. Del resto, c’è un modello memorabile dell’insegnate ottuso, il mitico Joseph Degenhart, quello che consigliò ad Einstein di smetterla con gli studi, il lavoro intellettuale non faceva per lui, non avrebbe mai combinato niente di buono». «Risolvere problemi mi incuriosiva, così mi iscrissi a Matematica, a Scienze matematiche per la precisione. Eravamo in due; a Matematica e Fisica erano soprattutto donne; a Fisica il tono era glamour, tipo i tenenti di aviazione nei romanzi di Liala. Ero un buon studente e non sono riuscito male; ma di certo non avrei potuto partecipare alle gare che oggi vanno di moda, tipo le Olimpiadi matematiche. E non per pregiudizio o per scarso agonismo, anche se penso che il rischio di operazioni di pubbliche relazioni come queste sia di far credere una cosa falsa e cioè che il sugo della matematica stia nel risolvere il maggior numero di problemi nel minor tempo possibile. Il fatto è che sono molto lento, sento nel mio cervello i ragionamenti prendere come la forma di bolle che si gonfiano, fanno attrito tra di loro, girovagano bighellone e svagate e che io guardo con curiosità e sorpresa, come fossero di un altro; alcune scompaiono così come sono venute, nate forse da una suggestione o da una fantasia troppo fragili per durare; altre restano a farti compagnia, magari per anni, gli giri intorno, ne saggi la coerenza, ne vedi le connessioni: e magari concludi che ti eri infilato in un vicolo cieco e che non hai combinato niente. Un esempio: Andrè Veil, un matematico francese di prima qualità, ebbe una volta un finanziamento per una ricerca dal Governo americano e alla fine fece il suo resoconto: «devo dunque comunicare che nessuno degli obbiettivi è stato raggiunto». Ci sono momenti di euforia, di eccitazione, capita di rotolarsi nel letto o alzarsi di notte perché sembrava di aver avuto la fulminazione di un’idea. Ci sono momenti di depressione. Capita anche di trovarsi davanti a un lavoro di 15 anni prima e di non ricordarsi come diavolo l’hai fatto». «Una caratteristica accomuna i matematici di classe: sono curiosi. Ennio De Giorni, grandissimo –un altro che non avrebbe potuto partecipare alle Olimpiadi, si alzava tardi la mattina, aveva bisogno della pennichella – poteva passare una giornata a riflettere su un modello di referee automatico per gli incontri di pugilato, sport per il quale aveva scarsissimo interesse match che per altro non avrebbe mai visto. Gli piaceva il problema, e si lasciava prendere dal gioco serissimo di risolverlo. Del resto, la matematica è una delle poche scienze in cui la curiosità può essere sempre soddisfatta, non c’è bisogno di apparecchi complicati e costosi, puoi farla con la pioggia e col sole; bastano due persone che abbiano voglia di domandare e rispondersi, e un dialogo nasce in qualsiasi momento. Certo, anche tra noi ci sono le mode, e il rischio dello star-sistem, che induce molti a fabbricarsi barattolini matematici da vendere agli angoli delle strade. O si formano a volte gruppi molto forti – penso per esempio a quello che si radunò sotto il nome collettivo di Nicolas Bourbaki – che diventano dei quasi monopolisti in un settore della ricerca. Che si è peraltro molto estesa e frammentata, anche se resto dell’idea che ci sia un nucleo «aristocratico», quello che ha a che fare coi numeri primi: l’indagine sulla loro distribuzione implica questioni estremamente complicate e ancora irrisolte». «L’ultimo matematico generale è stato Von Nuemann, fino alla metà degli anni 50. Ho fatto in tempo ad intravederne la scia a Princeton, al mitico Institute, dove sono stato dopo un periodo passato all’università di Chicago. Einstein era morto da poco e c’era Oppeheimer a dirigere, l’uomo che aveva coordinato il lavoro degli scienziati a Los Alamos, dove si era costruita la prima bomba atomica, e ne aveva avuta la vita guastata. L’istituto concedeva ai suoi ospiti il lusso di comodi appartamenti sulla Einstein Drive, e lo stile della vita era piuttosto informale. Capitava che illustri uomini di scienza attraversassero la strada ciabattando in pigiama per controllare se per caso avessero ricevuto posta. La sera c’erano spesso parties nei quali conversazioni brillanti e battute si mescolavano all’alcol, e a volte l’alcol prevaleva. Tornai in Italia per insegnare all’Università e alla Normale di Pisa; andai di nuovo negli Stati Uniti a fare il professore all’Università del Maryland, sei anni. Mi offrirono il posto di direttore della Normale, tornai: o meglio, mi dedicai ad un assiduo pendolarismo attraverso l’Atlantico, tre giorni in America e quattro a Pisa, ogni settimana». «Ma era un modo di vita troppo stravagante, anche per un matematico. Sono diventato presto più stanziale, del resto il lavoro in una scuola di eccellenza ha un grande fascino. Capita di imbattersi in giovani dal talento non comune, ed è ogni volta un’emozione. Che bisogna però raffreddare, il danno massimo che si può fare ad un ragazzo o ad una ragazza dotati è di lasciargli credere che sono grandi uomini o grandi donne. È meglio per loro metterli di fronte ad una strada in salita, così che la fiducia in se stessi non diventi banale arroganza. Sento spesso lamenti sull’ignoranza dei nostri studenti, ma non sono d’accordo. Sanno cose diverse da quelle che la scuola considera importanti ed è forse da lì che un sistema educativo meno pigro dovrebbe partire. Ai giovani che mi chiedono orientamenti sui loro percorsi universitari dico sempre: seguite le vostre inclinazioni, fate quello che vi piace davvero. Non è detto che si trovi subito: dopotutto, tra i privilegi dei vent’anni c’è anche quello di poter sbagliare». Articolo di Aldo Carboni su ''Il Sole 24 ore'' di domenica 9 giugno 2002

 

  • Pubblicata: 17 giugno 2002 in Scientifico
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