L’opera: lo specchio dell’autore. Incontro con maestro Azuma
Ognuno di noi impiega il suo tempo libero in maniera differente, a me spesso capita di trovarmi con un mozzicone di matita fra i polpastrelli a schizzare figure astratte.
È un momento di cui ho in qualche modo bisogno e che è indubbiamente magico.
Infatti, dopo poco che ho la matita in mano, pare che questa sia parte della mia stessa carne, che nella sua mina di graffite scorra il mio stesso sangue, che la linea tracciata non sia solo grigia ma contenga i miei sentimenti.
Il fatto che la matita sia parte di me è l’unica ragione che ho trovato per cui il disegno che viene fuori risponde perfettamente dei miei sentimenti.
Osservando quel qualcosa, il foglio, che è riuscito ad impregnarsi di ciò che non avevo il coraggio di dire a nessuno, mi sento sempre soddisfatta, in qualche modo piena.
Ho compreso il perché di quest’ultimo passaggio solo qualche settimana fa …
Dopo pranzo in un venerdì qualunque ci siamo recati, con la prof di tecnologia, nel teatro della scuola. A parlarci era un uomo anziano, sugli 85, i tratti clamorosamente orientali come il suo accento posto su un italiano scorretto.
Il maestro Azuma, questo è il suo nome, inizia a narrarci della sua giovinezza, di quando, durante la seconda Guerra Mondiale, era entrato nell’esercito giapponese.
Aveva voluto far parte delle forze armate in guerra per servire l’imperatore di cui era estremamente devoto: lui, come tutti i Giapponesi, credeva nell’imperatore come in un dio immortale, che da solo poteva sconfiggere il mondo.
Ma al culmine della sua devozione, quando sta per partire come Kamikaze al servizio dell’imperatore, la guerra finisce: il Giappone ha perso e l’imperatore viene ucciso.
E così, con l’uccisione del suo dio, Kengiro Azuma non aveva più ciò che aveva motivato la sua vita dalla nascita sino ad allora.
Ma la sua voce non era rotta dalla disperazione pura e semplice, vi era un sottilissimo velo di speranza che si manifesta nelle sue parole successive. Di fatti raccontava che dopo aver passato quasi un anno a non parlare e a tenere la disperazione dentro di sé, era riuscito a liberarsi da quel tormento studiando scultura in un’università giapponese.
Li aveva imparato principalmente la scultura francese, le sue forme caratteristiche, il suo carattere e il neo-scultore comincia a esprimere il suo sentimento attraverso il carattere francese.
Sentendosi ancora costretto però, volendo cercare qualche cosa di più, volendo esprimersi più liberamente, si trasferisce in Italia, prima momentaneamente per studiare, poi in definitiva continuando a frequentare l’accademia di Brera e il maestro Marino Marini.
In questo modo la scultura riempiva il vuoto che si era formato con la morte dell’ imperatore.
Nelle sue opere lui ora rappresenta proprio questo: una goccia, una forma perfetta che conserva la sua perfezione solo per un momento, solo nel momento in cui si stacca dal resto dell’altra acqua e ancora non giunge al suolo. Ma a questa aggiunge una parte di vuoto, un buco, ciò che ha significato per la sua vita l’uccisione del dio imperatore.
Dunque la sua opera rappresenta tutto lui stesso, il suo sentimento, il suo carattere. Riscoprivo nelle sue parole la mia esperienza: possibile che ciò che pensavo io non fosse un idea da ragazzina?
Possibile che trasmettendo all’opera tutto te stesso, questa ti restituisca la tua stessa infinita sostanza?
Sì, bisogna provarlo ma è così.
Francesca Colturani