La pace non è la virtù degli imbelli
Appunti da un incontro
Un cielo grigio e freddo, in un tipico pomeriggio dell’autunno milanese, fa da sfondo al ritrovo di qualche centinaio di liceali ammassati fuori dal teatro Dal Verme per il primo degli incontri del ciclo “Vivere le dimensioni del mondo”, che l’anno scorso hanno raramente deluso le mie aspettative.
Il bel volantino mi colpisce prima esteticamente, poi nel contenuto: mi sembrano le solite parole sulla pace, acclamata ad oltranza e rifiutata dai grandi della terra. Non sono d’accordo. Poi la questione si sposta sul personale: il nostro desiderio di giustizia non riusciamo a realizzarlo da noi stessi, la pace come dono di Dio. La questione si approfondisce, sono un po’ confuso. Vado all’incontro.
Il primo a parlare è Luigi Amicone, direttore di Tempi, presentato dall’immancabile Albertino. Il tema è la questione israeliana, storicamente parlando, dal ’48 ad oggi.
Del suo intervento apprezzo soprattutto la prima parte.
“Una guerra è come se obbligasse i popoli a concentrarsi non su un ‘opera di costruzione ma di distruzione. E’ in ogni caso una diminuzione dell’uomo, è comunque una perdita. Però ci sono momenti della storia in cui ciò diventa necessario, pur non facendo parte del cuore dell’uomo e del suo desiderio”.
Da questo momento in poi il suo intervento prende una piega del tutto filo-israeliana, per la verità piuttosto condivisibile, soprattutto per le valide argomentazioni che la sostengono, che sono sostanzialmente queste.
“Dalla sua proclamazione nel 1948, riconosciuta dalla Lega delle nazioni, il nuovo stato di Israele ha sempre dovuto affrontare l’avversione dei paesi arabi.(…)
Non si può negare che la nascita di questo stato costituisca invece una realtà positiva per il popolo ebraico e per gli altri popoli del medio oriente, se solo si fosse riuscito a creare un proficuo rapporto politico, sempre rifiutato dagli arabi in nome di una radicale inimicizia ed estraneità nei confronti di Israele.(…)
Dopo i vari fallimenti dei negoziati negli anni ’90, conclusi con l’assassinio di Rabin, il 2001 segna con il terrorismo suicida il frutto di un’educazione fondata sull’ideologia politica, il più grave errore dei governanti palestinesi.(…)
Grave colpa è anche quella di non aver accettato una proposta di pace universalmente riconosciuta come valida e ragionevole, presentata due anni fa a Camp David da Usa e Israele.(…)
Israele ha quindi tutto il diritto e il dovere di difendersi, dal momento che l’unico obiettivo del terrorismo palestinese è quello di allargare il conflitto rendendolo internazionale”.
L’intervento di Amicone, abbastanza lungo ma ben condotto, riempie la mia prima pagina di appunti. Intanto la gigantografia di mons. Albacete domina, quasi riempiendolo, il telone bianco alle spalle dei relatori. Si nota subito che ha una certa propensione a chiudere gli occhi più e più volte (è ovviamente un particolare modo di concentrarsi), probabilmente favorito anche dalla posizione semisdraiata sulla sedia e, incredibile!, riesce a fare tutto questo fumando. Un mito!
Dopo circa un’ora di paziente attesa però, il mons. più simpatico (e più grosso) d’America, reclama la parola in nome di un ipotetico (ma ci fidiamo) incontro con il cardinale. Penso che “sintetico” sia riduttivo rispetto al suo intervento. Di certo era meglio farlo parlare per primo, tenendo conto dell’importanza e della bravura del personaggio, pur senza nulla togliere agli altri due. Questo quel poco che ha potuto dire e soprattutto quel poco che ho capito. Prima una considerazione politica:
“Le ultime elezioni confermano che gli americani si sentono minacciati. Il popolo è diviso, non tutti appoggiano Bush. Il suo miracolo politico è stato permesso da questa preoccupazione, perciò gli americani si sono stretti attorno al presidente, il simbolo della nazione.
Ma il popolo è confuso, si sente minacciato a livello della libertà religiosa e personale”.
E poi la parte più incompresa ma che sembrava la più importante:
“La nostra fede può aiutare, a livello umano, non con le prediche, a far capire a questo popolo cos’è la vera pace” (?!)
Se non abitasse un po’ troppo fuori mano, sarebbe bello se non altro riparlarne con lui, ma evidentemente è quasi impossibile.
L’ultimo relatore è Roberto Fontolan, direttore di ventiquattrore.tv, che si occupa della questione Usa-Iraq. Lo fa a partire da un breve ma esauriente ritratto del suo dittatore.
“Autore del colpo di stato del 1969, quando era membro di un partito riconducibile ad un movimento politico culturale arabo di stampo nazionalista e laico, Saddam Hussein assume i caratteri tipici del dittatore, e ciò si vede in primo luogo dalla propaganda devastante che domina le strade di Baghdad”.
Queste le tappe fondamentali della storia del Paese: 1980-1988, guerra Iraq-Iran. Saddam sembra l’unico in grado di fermare la rivoluzione komeinista. 1990, l’Iraq invade il Kuwait, per una ragione ancor oggi poco chiara, ma subisce un’amara sconfitta da parte degli Usa che si rendono responsabili di gravi massacri.
Molti si sono chiesti perché Saddam allora conservò il suo posto senza vedere ridimensionato il proprio potere. Le uniche risoluzioni furono l’embargo e il cosiddetto “ombrello aeronautico” (due terzi dello spazio aereo del Paese è controllato dai caccia americani).
Attualmente uno dei motivi che creano maggiore apprensione in Occidente non è tanto il pericolo di nuovi attacchi da parte dell’Iraq (le riserve di armi di cui si stanno occupando i famosi ispettori dell’ONU non sembrano preoccupare eccessivamente, se non per quanto riguarda le armi chimiche); quanto quello di una possibile alleanza organica con Al Qaida.
La guerra appare oggi quantomai inevitabile. Tuttavia c’è qualcosa che non convince di questa dottrina americana della guerra preventiva. Ecco alcuni spunti di interpretazione del problema, che qualificano molto il già bell’intervento di Fontolan:
La guerra sarebbe condotta da Bush perché in Afghanistan è mancata una vittoria anche simbolicamente certa degli Usa.
Sarebbe Sharon a indirizzare la politica estera americana, perché l'Iraq è l'unico stato mediorientale in grado di attaccare militarmente Israele.
Gli Usa sarebbero interessati alle immense riserve di petrolio dell'Iraq,(1,5 miliardi di barili al giorno), divenendo così meno dipendenti dall'Arabia Saudita, il primo produttore al mondo, da cui giungevano 15 dei 19 attentatori delle Twin Towers.
Bush farebbe coincidere gli interessi della propria nazione con quelli mondiali giustificando in tal modo il litto.
Il mondo senza Saddam starebbe meglio.
Guerra come il frutto della finzione dei fatti. La prima lotta per la pace di tutti i giorni è la lotta contro queste finzioni, la necessità di conoscere e informarsi.
L’incontro è concluso. Uscendo dal teatro incontro un’amica e cominciamo a scambiarci le nostre opinioni, soprattutto su questi ultimi punti e sul sacrificato intervento di Albacete. Non abbiamo la presunzione di definire cosa sia la pace né di stabilire se la guerra contro l’Iraq sia “giusta” o meno. Ma di certo ora conosciamo i fatti, non separati da qualche, direi valida, opinione e, a partire da questi, possiamo costruire un giudizio il più possibile realista e chiaro in merito. E mi sembra che questo, in un tempo in cui i nostri coetanei inneggiano alla pace bruciando bandiere e occupando città, non sia cosa da poco.
Lorenzo Margiotta (margiottal@studenti.sacrocuore.org)
- Pubblicata: 19 dicembre 2002 in Scientifico
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