Il pozzo dei putti e la spagoletta dei santi

Durante l’uscita al Palazzo Ducale di Mantova, una stanza in particolare ha catturato la nostra attenzione: è la celebre ‘Camera degli sposi’, affrescata dall’artista quattrocentesco Andrea Mantegna. Entrando in questa piccola stanza, le pareti si presentano completamente dipinte con scene che narrano eventi riguardanti la storia dei Gonzaga, duchi di Mantova. Alzando lo sguardo, però, si apre ai nostri occhi uno scorcio di cielo azzurro, racchiuso da una struttura circolare rappresentante un pozzo, dal quale fanno capolino volti umani e putti, dalle fattezze piuttosto credibili. Attraverso la prospettiva, il Mantegna riesce a ricreare l’illusione che il soffitto sia veramente sfondato. In questo modo, egli esprime una via di fuga e, tramite il sapiente uso dei colori, produce una luce artificiosa che rischiara l’intera stanza. Una volta tornati dalla convivenza, è stata oggetto di una significativa ripresa in classe il confronto fra quest’opera rinascimentale e il modo di concepire l’arte proprio della cultura medievale, di cui possiamo prendere come esempio paradigmatico una vetrata della cattedrale di Chartres, raffigurante san Matteo sulle spalle di Isaia. Discutendo con il professor Bernabei, è emerso il fatto che nel medioevo non si sarebbe mai concepita e realizzata un’opera come quella del Mantegna. Infatti, mentre gli umanisti affermano la loro bravura e le loro umana dignità creando una finzione fortemente realistica, l‘uomo medievale non si avvale della prospettiva, poiché non è interessato a dare all’immagine un punto di fuga e non pretende di creare un’illusione luminosa: la luce stessa trapassa direttamente i vetri colorati e si proietta all’interno della cattedrale. Questa diversa mentalità si palesa anche nel modo in cui gli artisti medievali e quelli rinascimentali si rapportano ed esprimono il concetto di simbolo. Il pozzo del Mantegna è arricchito da un cielo fittizio, da putti verosimili di cui si scorgono anche le più nascoste pieghe delle carni, ma che non spingono lo sguardo dell’osservatore a un significato trascendente. Al contrario, la vetrata di una cattedrale descrive, attraverso la realtà fisica, una realtà eterna. Nel particolare della vetrata del transetto meridionale di Chartres, si descrive di fatto che la storia della Chiesa, raffigurata da san Matteo, poggia le sue basi sulla tradizione che l’ha preceduta, rappresentata dal profeta Isaia, il quale prende sulle sue spalle il giovane apostolo. Viene così a crearsi un accostamento di per sé irreale, ma chiarificatore: il Nuovo Testamento trova le sue radici nel Vecchio, compiendolo. La conclusione a cui siamo giunti è che un umanista ha come scopo primario quello di manifestare la propria creatività; un medievale non vede in questo un’assoluta prorità, ma usa l’arte come metodo per comunicare agli altri una Verità che è già presente nella realtà. (a cura di Giovanni Nassi ed Elisa Spreafico)

 

  • Pubblicata: 08 novembre 2005 in Scientifico
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