Re Lear: la tempesta della sofferenza e la luce della carità

Venerdì 11 novembre la classe IV A ha trascorso la serata a teatro, assistendo al “Re Lear” di Shakespeare. Il “Re Lear” è considerata dalla critica una delle tragedie più complesse sia dal punto di vista dell’intreccio della trama sia dei contenuti e dei valori trasmessi. Numerose sono state quindi le reazioni e i giudizi e in particolare si è cercato di rispondere a una domanda sorta spontaneamente in gran parte della classe: che legame vi fosse, se vi fosse, tra la tragedia e i valori cristiani. Le discussioni si sono concentrate su due elementi della fede cristiana che sono apparsi correlati, per la loro presenza o la loro mancanza, all’opera di Shakespeare: la carità e la provvidenza. La carità risulta essere nel “Re Lear” l’unico elemento che può salvare il protagonista dall’abisso di disperazione e dolore in cui è caduto: dopo essersi reso conto del suo errore e d’altra parte della crudeltà e malvagità delle due figlie a cui aveva ceduto il regno, diventato pazzo e tormentato da profondo dolore, l’orizzonte della sua vita, e della tragedia, è dominata dalla disperazione, da cui l’unica possibilità di scampo non sembra che essere la morte. Ma qualcosa cambia nell’animo di Lear. Al culmine del dolore e della pazzia, in mezzo a una terribile tempesta come poche se sono viste sulla terra, ecco che pensa al pazzo che lo accompagna, si rende conto che quest’ultimo è in condizioni peggiore delle sue, ne vede la grandissima miseria e ne ha pietà: e trovata una capanna dove ripararsi fa entrare prima il pazzo. La carità ha fatto breccia nel cuore di Lear. Dopo l’immensa disperazione e l’atroce dolore che lo rendono cosciente delle proprie colpe, ecco che arriva l’amore per l’altro, che sta peggio di lui: la carità che arriva dopo la pena come speranza di un nuovo inizio. Ma esiste una provvidenzialità? A nostro avviso, nello svolgersi dell’opera, non si riconosce un ordine a tutte le disgrazie avvenute, un senso per tutte le ingiuste morti, che portino verso un bene finale, nessuno dei fatti avvenuti è stato provvidenziale, ordinato per il bene nonostante in sé sia un male, fors’anche il peggiore. I fatti sono avvenuti necessariamente: è stato rotto l’ordine naturale delle cose, e affinchè vi sia vita e non il caos, si deve tornare a ristabilire questo ordine e le disgrazie che avvengono sono i necessari passaggi per arrivare a questo risultato. Alla fine non se ne trae un insegnamento né si riconosce un fine buono ai tristi eventi avvenuti, li si compiangono e ci si promette di non compiere gli stessi errori per non sopportare le stesse sofferenze e gli stessi dolori. (Luca Di Stasio)

 

  • Pubblicata: 20 dicembre 2005 in Scientifico
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