Uno studente di V scientifico viaggia nelle 5 scene dell'INFINITIES di Ronconi
Con la sua ultima rappresentazione Infinities, Ronconi ha voluto tentare un esperimento molto innovativo sia dal punto di vista tecnico che da quello contenutistico; infatti non si è limitato a realizzare una rappresentazione teatrale in un’industria dismessa, ma ha anche presentato, con l’aiuto di Sergio Escobar e del copione scritto da John D. Barrow, complesse teorie matematiche in un contesto e in una forma teatrale.
Lo scopo della rappresentazione non è di far capire cosa sia l’infinito, ma di mostrare l’incoglibilità di questo concetto con la limitata mente umana.
A questo proposito l’opera si articola in cinque paradossi, distribuiti in cinque scene da quindici minuti, ognuna in un locale differente. I paradossi mostrano come l’infinito matematico sia altro rispetto alla realtà umana e in cosa incappa la mente umana se cerca di calarlo nella propria realtà e nei propri sistemi mentali.
Scena 1: Benvenuti all’Albergo Infinito
Presenta i paradossi di Hilbert. Tutta la scena si articola su questo tema centrale: come liberare stanze in un albergo infinito anche quando i posti sono finiti. Si passa dal dover liberare un posto al dover liberare infiniti gruppi di infiniti posti. Ogni scena termina con l’effetto che questi paradossi creano nell’uomo che ne viene investito. L’effetto del primo paradosso è il nichilismo: dall’albergo infinito si passa all’albergo zero, sino a giungere alle teorie di annullamento del cosmo.
Questa prima scena richiede un certo livello di conoscenze matematiche per essere compresa a fondo, ma anche per chi di queste cose se ne intende, il dialogo risulta di difficile comprensione, il che è evidentemente ricercato da Barrow per trasmettere la sproporzione incolmabile tra la nostra mente e l’infinito matematico.
Scena 2: Vivere in eterno
Pone questo problema: cosa succederebbe se l’uomo potesse scegliere di Vivere in eterno, e una volta presa questa decisione l’unico modo di morire fosse suicidarsi? Barrow cerca di rispondere a questo quesito citando dei paradossi tratti da varie opere letterarie e filosofiche tra cui anche i Viaggi di Gulliver. Attraverso una serie di argomentazioni logicamente perfette Barrow giunge a dei profondi paradossi sul valore della vita stessa e della morte.
L’esito finale di tutto questo sarebbe la noia totale che in fondo porterebbe alla pazzia e al suicidio. Le maschere di questa scena esprimono perfettamente questa pazzia nella loro recitazione e anche la scenografia, che ricorda molto i film di Kubrik, contribuisce ulteriormente a questo scopo.
Scena 3: La replicazione infinita
In un universo ipoteticamente infinito ogni cosa che ha almeno una probabilità di verificarsi in un certo modo, si verificherà infinite volte uguale a se stessa e infinite volte diversa.
Questo implicherebbe che ci siano infiniti noi stessi che stanno facendo le nostre stesse cose e infiniti noi stessi che stanno facendo cose diverse.
L’esito di tutto questo sarebbe la totale perdita di identità e di unicità di ogni essere umano.
Scena 4: L’infinito non è un grande numero
Inizia come una lezione di matematica su come, nella storia di questa scienza, l’infinito sia stato inizialmente rifiutato sino agli studi di Cantor, che interviene direttamente nella scena come una mummia e sostiene un dialogo con un suo rivale del tempo.
Questa immagine non rappresenta solo la sua morte, ma anche la sua pazzia, dovuta allo squilibrio mentale a cui giunge chi tenta di cogliere interamente con la sua ragione l’infinito. Questo è il messaggio che ne emerge.
Scena 5: Da dove viene questa commedia?
Viaggiare nel tempo, analizza le posizioni di grandi scienziati e pensatori come Fermi, Goethe e Einstein di fronte ai viaggi nel tempo, ma propone anche un altro importante quesito: la storia è ciclica o lineare.
Se io modificassi il passato influenzando degli eventi correlati alla mia nascita cosa mi succederebbe?
Inoltre se fossero possibili i viaggi nel tempo non solo crollerebbe il sistema economico, ma grandi eventi storici verrebbero sommersi dai turisti e ostacolati. In fondo questo porta l’uomo al rischio di autodistruggere la sua esistenza. Alla fine di tutto si può scegliere se uscire o riprendere dall’inizio tutto il ciclo di scene.
Il carattere più evidente comune alle tre scene centrali è l’elemento del sogno, o meglio dell’incubo, dell’allucinazione. Questo è reso magistralmente dalle scenografie (luci, colori, forme) e dalle maschere degli attori. In alcuni passi l’opera potrebbe apparire blasfema, ma anche questo è un aspetto voluto e appropriato che genera nello spettatore un senso di fastidio che enfatizza l’assurdità dei paradossi presentati. In conclusione Barrow e Ronconi hanno avuto l’intuizione geniale, e la hanno realizzata perfettamente, di unire e fondere scienza e teatro nel descrivere un argomento che ha diviso e unito artisti e scienziati in tutta la storia umana e continuerà a farlo: l’infinito.
S. S.
http://www.piccoloteatro.org/infinities http://jubal.westnet.com/hyperdiscordia/library_of_babel.html (per chi voglia godersi il racconto di Borges)
- Pubblicata: 20 marzo 2002 in Scientifico
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